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sabato, 31 ottobre 2009
Saffo, Benni, Pennak e Don Milani
per blog
All’età di sette anni, in un pallosissimo pomeriggio d’estate, decisi che da grande avrei fatto il giornalista. Corsi subito da Morena per metterla al corrente della mia nuova decisione. Morena era una giovane educatrice del collegio, andava sempre in giro con una Fiat 126 color verde pisello accompagnata da un Mastino Napoletano che a me appariva come un enorme dinosauro con la targhetta ed il collare.
Ascoltò con attenzione e poi mi disse che se da grande avessi voluto fare il giornalista dovevo cominciare a ribaltare le mie abitudini: studiare, essere disciplinato, non malmenare i compagni a tutte le ore e senza preavviso e soprattutto non mandare affanculo adulti e insegnanti.
Dovetti promettere, ma in cuor mio sapevo che sarei riuscito a conciliare entrambe le cose, così alcuni giorni dopo cominciai a studiare il mestiere del giornalista con Morena in cattedra che passava il tempo ad inchiodarmi su verbi, analisi grammaticale, analisi logica e disciplina.
Dopo due lezioni tornai alla mia antica passione, menar le mani  fino a quando nove anni dopo mi capitarono fra le mani le poesie di Saffo. Non c’erano parole per descriverne la bellezza, le aveva prese tutte lei e così smisi di scrivere poesie e comprai una chitarra.
Di leggere non se ne parlava assolutamente, le parole si spostavano continuamente sul foglio, mi toccava rincorrerle continuamente, e mi provocava gran mali di testa, nausea ed effetto sbronza che mi sdoppiava le immagini.
Anni essere dislessico guardando la tivù scoprii che ero stato un bambino dislessico in un epoca in cui gli insegnanti distinguevano a malapena gli alunni dai loro banchi.
Leggere ad alta voce in classe era una vera umiliazione, in terza media leggevo come un bambino di quarta elementare. Cominciai ad avere il fondato sospetto di essere solo un ragazzo violento e ignorante, poi mi tornarono alla mente le parole di una supplente della quinta elementare che dopo l’ennesimo pestaggio a danno dei bulletti delle altre classi mi disse: “ Stefano se da grande farai il bandito sarai il capo dei banditi. Però, guarda se riesci a fare di meglio, io ne sono convinta”.
Era troppo simpatica per non avere ragione, dunque nella rinnovata convinzione di essere un ragazzo intelligente attesi pazientemente di incontrare il mio talento e cominciai a guardarmi intorno.
A quattordici anni rubai la mia prima automobile e due ore dopo sono in questura con mamma in lacrime che mi massacra di schiaffoni e con l’appuntato che sorridendo mi invita a cambiare strada e a studiare se non voglio finire in galera. Se non ci finisco con la mamma penso di poterlo sopportare.
Mi fu chiaro che le automobili non erano il mio talento ed allora passai a rubare biciclette, motorini, furgoncini. Gli altri della banda passarono presto a scippi, e qualche anno dopo alle rapine, ma io mi fermai molto prima, sull’angolo fra via Sant’Ottavio e Corso Regina. Ero appostato quando Angelo mi indicò la vittima dello scippo :
“ Stefano è come toccare il culo alle ragazze quando corri in mezzo alla folla, solo che questa volta le devi strappare la borsetta”. Quel giorno avevo capito che non sarei mai finito in galera e che non sarei diventato il capo di nessuna banda, perché quel gioco non poteva diventare violenza a danno di una signora anziana che poteva essere mia nonna.
Mi restavano comunque il piacere di sbatacchiare a calci, pugni e sputi i bulletti che se la prendevano con i più deboli, ho sempre e solo pestato bulletti. A vent’anni finalmente riesco a prendere il diploma di terza media presentandomi da privatista dopo due tentativi fallimentari alle serali.
Dei miei talenti solo alcune ombre, da anni gli amici si aspettano che prima o poi io faccia il salto di qualità. Verso, dove e per che cosa nessuno riesce ad immaginarlo ma tutti attendono fiduciosi.
Con gli anni si fa strada il dubbio che il mio destino sia quello dell’eterna promessa. Morire mentre tutti aspettano ancora l’esplosione di qualche talento. Che delusione.
Arriva il primo amore, le prime pippette, le delusioni e la prima grande depressione.
Sono i giorni di Don Milani e di “Lettera a una professoressa”, dall’incontro con Saffo sono passati molti anni e questo nuovo libro sembra fatto per dare speranza, i problemi con la lettura restano, non riesco ad andare oltre la terza pagina e con grande fatica. Per molti mesi lo avrò sempre appresso sotto il braccio, in mano o nello zaino, pronto per essere aperto a caso per farmi rasserenare, per finire col tempo a fare da zeppa al tavolo della cucina e non perché abbia smesso di amarlo, tutt’altro. Un libro così bello sa stare ovunque e sa fare bene anche la zeppa. Un libro che non ho cercato poi per anni, non ne sentivo il bisogno, mi bastava sapere che da qualche parte fosse ancora scritto.
In quello che appare essere un abisso di ignoranza mantengo ancora oggi l’abitudine di memorizzare continuamente parole nuove, di curare il linguaggio che sin da giovanissimo avevo compreso essere potere e libertà. Avevo sempre con me un quaderno e quando sentivo una parola nuova me la appuntavo e poi me la facevo raccontare dai grandi, capitava persino che lo facessi davanti alla televisione o alla radio. Sulla copertina del quaderno avevo  scritto
 “ Parole Rubate”.
E’ forse proprio la cura del linguaggio che negli anni aveva fatto di me una promessa e dunque se talento vi era andava ricercato nell’universo delle parole. Nulla, la promessa aveva sempre più il sapore dell’eternità
Arrivano, l’alcol, un filo di eroina, la chitarra presa e abbandonata più volte e poi l’hiv e la decisione di viaggiare in bicicletta. Don Milani è un antico ricordo, credo fossero passati vent’anni e nel frattempo ogni libro non andava oltre la decima pagina, in tutto.
Il secondo anno di viaggio un amico mi cosigliò di leggere Stefano Benni. Bello Benni, ma io che da bambino volevo fare il giornalista mi sentii una merda, inoltre da quando sono partii in bicicletta ho cominciato a redigere un diario che in cuor mio vorrei diventasse un libro. Qui rischia di finire come con Saffo e abbandono la lettura. Poi arriva Pennak, un genio della parola e del racconto, se vado oltre la settima pagina finisce che  smetto di scrivere e devo cercarmi un lavoro. Abbandono Danniel Pennak in una cabina telefonica in provincia di Siena e continuo a pedalare, scrivere raccontare e rubare parole.
Cazzo questi scrivono benissimo, ci campano degnamente, li leggo e loro mi stroncano? E’ troppo.


Postato da: analkoliker alle ore 08:01 | link | commenti (pop-up)
martedì, 13 ottobre 2009
Il Paleotto. Per Sempre





Nel 2007 per l’ennesima volta tentai un rientro nella società e con alcuni amici prendemmo una cascina nelle campagne fiorentine. Come ogni anno l’inverno mi obbligava a cercare riparo, ma questa volta tutto lasciava pensare ad un rientro definitivo, così fondammo “ La Libera repubblica di Santellero” dal nome del paesino in cui avevamo preso casa.
Un gruppetto nutrito ed entusiasta: una giovane ceramista, una coppia che da anni viveva in furgone, un piemontese che girava il mondo a piedi e infine la sorella della ceramista che confezionava orecchini, collane, pantofole di lana, con la tecnica dell’uncinetto e che metteva in vendita su un piccolo banchetto piazzato abusivamente sotto i portici di Bologna e Firenze.
Nell’arco di alcuni mesi l’eccessivo desiderio di vivere tutto comunitariamente si scontrò con l’esigenze di ognuno, tanto che ogni tentativo di crearsi spazi propri, spazi esclusivi venne vissuto come una sorta di tradimento, come un comportamento poco comunitario lontano da quel sentire che era stato l’elemento fondativo del gruppo.
Come ogni anno, fu il sole della primavera a farmi uscire dall’imbarazzo, partii alla volta di Bologna dove avrei volutro fermarmi definitivamente.
L’idea era quella di entrare a lavorare come operatore nella cooperativa in cui lavora Massimiliano. Su questo avevoo le idee molto chiare, avevo la certezza che quello fosse  il mio lavoro, l’unico che ero disposto a fare.  L’alternativa sarebbe tornata ad essere la strada.
Arrivato a Bologna cominciai a battere la periferia per cercare un luogo tranquillo in cui montare la tenda e prima che faccesse buio. Scopro un parco ad una ventina di minuti dal centro. Il Parco del Paleotto, un luogo ideale, poco frequentato e non lontano dalla città  in cui arrivano anche i mezzi pubblici.
Per un rientro così ambizioso devo per forza far pace con la figura dell’assistente sociale, una cooperativa sociale come quella di Massimiliano non vedrebbe di buon occhio un rientro fai da te. Non posso certo entrare a lavorare vivendo in un tenda, ed è qui che entra in gioco l’assistente sociale, l’unica che possa farmi entrare in una casa alloggio per sieropositivi. Una soluzione temporanea per cercare lavoro e poi con il tempo staccarmi e prendere casa propria.
Vengo a sapere che i servizi sociali bolognesi stanno vivendo un grande cambiamento entrando in convezione con gli enti ecclesiastici a cui verranno dati in gestione gran parte dei servizi alla persona: disabili, anziani, senza fissa dimora, vulnerabili di ogni natura. Il nuovo ente si chiamerà A.S.S.P che non è il diminutivo di “ Aspetti”.
Nello stesso periodo in cui contattavo i servizi sociali, mi reco presso la casa alloggio dell’Analaiz per capire in che modo avrei potuto entrare nella loro casa alloggio, mi dicono che sarebbe  stato sufficiente il via libera dell’assistente sociale dopo di che l’ingresso sarebbe stato immediato. Mi dicono anche che probabilmente l’ente assistenziale nascente le “Assp” non ha ancora designato una figura e che se così fosse stato avrei dovuto attendere qualche tempo. In sostanza devo ripassare, e così ripasso per quattro mesi e mezzo e quando infine riesco ad avere un incontro scopro che la mia assistente sociale si è fatta trasferire. Bene, non è più tempo di incazzature, sarebbe sciocco sorprendersi per l’ennesima volta dell’assenza del Mio stato.
In questi quattro mesi e mezzo però non mi perdo d’animo ed ogni mattina mi reco al centro diurno di via Del Porto dove Massimiliano coordina la redazione di Asfalto e il laboratorio informatico destinato ai ragazzi in borsa lavoro che arrivano dai dormitori o dalla strada. La stima di Massimiliano mi consente un ingresso anomalo nella redazione, in cui è possibile accedere solo attraverso i servizi sociali e quando gli dico che vorrei lavorare alla pubblicazione di un libro la sua disponibilità, già amplia diventa totale.
Entrambi attendiamo un incontro con l’assistente sociale per immaginare in un secondo tempo un percorso di rientro, e nel frattempo lui lavora al suo progetto ed io alle basi per il mio primo libro.
Al mattino pedalo fino al centro diurno lasciando la tenda montata nel parco, in altri tempi l’avrei smontata e rimontata tutti i giorni, ma quest’anno voglio tentare questo azzardo. Un modo per superare la paura ed affidarmi alla sorte. Penso che se sono tranquillo lo saranno anche gli avventori del parco, la tenda è piccola e montata in un luogo appartato, visibile ma non ostentata.
Il laboratorio informatico è sempre frequentatissimo sia dai corsisti che dagli amici degli amici e in queste condizioni trovo sempre più difficile concentrarmi sul libro, tanto che quando ritengo di aver fatto un buon lavoro lo mando a Simona, una scrittrice affermata che pare apprezzare la mia scrittura. Quando qualche tempo dopo viene al laboratorio informatico a trovarci le chiedo cosa ne pensa delle bozze che le avevo spedito e la risposta è arrivata schietta come non mai.
“ Ho letto solo poche righe, aspetto che cominci a lavorarci per leggerlo”
Cazzo ce n’è abbastanza da decidere di smettere di scrivere. Poi in effetti ricontrollo le bozze, ma questa volta dalla parte del lettore e mi rendo conto che è tutto da rifare.
Qui è impossibile lavorare. L’attesa di un nuovo appuntamento con i servizi sociali mi snerva e riempie di rabbia.
Come se non bastasse in tre settimane mi hanno aggredito tre volte nella stessa notte, mi sono trovato quasi faccia a faccia con un cinghiale ( Vero questa volta) e per concludere i vigili mi hanno sequestrato la tenda con tutte le mie cose.
Quel che più mi spiace è che da alcune settimane Massimiliano ha convinto la cooperativa a farmi lavorare in laboratorio dove lo sostituisco nei giorni in cui lui frequenta un corso di aggiornamento.
“Operatore senza dimora”, che la sera torna in tenda in un parco pubblico. Massimiliano mi racconta che non è stato facile convincere il presidente ad assumere un collaboratore con una modalità tanto anomala.
Io e i ragazzi andiamo daccordo, loro sanno della mia condizione e godo anche di una certa stima e quando da pari salgo al ruolo di operatore questo non sembra creare problemi, anzi sembra una soluzione vincente, efficace. Io non rappresento l’istituzione, sono un senza dimora che mette a disposizione le sue conoscenze e che cerca di passarle agli altri e questo crea un clima di lavoro e collaborazione che fa bene a tutti.

Ho un vaffanculo che mi bolle nella pancia come un’enorme Zunami, se pianto un rutto adesso, con il rinculo faccio almeno quindici metri indietro. No basta con la rabbia devo concentrarmi sul libro e così riparto per la valle degli Elfi, nella baracca in mezzo agli ulivi per lavorare al mio riscatto.

Mi spiace anche lasciare questo parco in cui ho tessuto amicizie e simpatie soprattutto con Alessandra e suo marito Alessandro.
Alessandra l’avevo incontrata qualche anno prima al cinema, o meglio sullo schermo, credo fosse il sogno erotico inesplorato degli adolescenti della mia generazione. “ Mery per sempre”. All’epoca del film aveva forse vent’anni e quando la rincontrai al parco del Paleotto credo avesse effettuato la transizione di sesso.
Bella come il sole, erotica come una donna erotica.
La mattina mi dava la sveglia “ Stefano devo suonare o posso anche chiamare”? Poi ogni tanto esigeva la borsa con la biancheria sporca che poi ritrovavo accanto alla tenda pulita e stirata.
Capitava poi che si presentasse la domenica col marito Alessandro con caffè e cornetto direttamente dal bar.
La prima volta che la vidi erano le otto del mattino. Attraverso la zanzariera della tenda vidi un culetto foderato di jeans passare a pochi metri, una voce calda e squillante che urlava ai cani di non fare rumore e di non agitarsi troppo. A me quella agitata sembrava lei.
Quella voce l’avevo già sentita, pensai subito al protagonista del film “Mery per sempre”,
Cercai gli occhiali per rubacchiare i contorni di quel culettino che mi appariva perfetto, ma quando me li infilai era già scomparsa, quando dopo alcuni minuti ripasso ebbi la certezza che era lei.
Indossava, oltre ai jeans, una felpa scura, un paio di occhiali da sole ed un cappellino con la visiera, tipico abbigliamento da Vip che non ama essere riconosciuto.
Guardandola in volto si capiva che era un tras ma con lineamenti femminili rari da intercettare persino in una donna, due occhi grandi e intesi che senza gli occhiali da sole avrebbero sedotto e atterrato qualsiasi uomo.
Il viso turbava, infastidiva le fondamenta dell’eterossessualità, eppure catturava, seduceva, smuoveva pancia cazzo e bacino, gli uomini abbassavano le spalle e solo i più coraggiosi sorridevano, a tutti gli altri restavano le punta delle proprie scarpe e un desiderio imbrigliato di confusione.
Le donne spesso sorridevano. Non ho mai capito perché.
L’unico vero frocio del parco era Franco, il proprietario di una bella Rotvailer, che appellava Mery come “ Il frocio dei cagnolini”.
Franco era una certezza, quando la sera tornavo dal centro diurno lui era seduto nei pressi della tenda, apparentemente in attesa che la cagnona finisse di fare i bisogni, molto palesemente però aspettava che io tornassi. Sarebbe bastato che mi mettessi la mano sul Paperino che saremmo certamente finiti a spompinarci dietro i noccioli o stretti nella tenda a prendercelo in culo.
Ma l’offesa fatta a Mery non si poteva perdonare, in compenso per punizione non l’ho mai fatto sentire a disagio. La sua punizione sarebbe stata l’attesa e l’abbandono, quando fossi andato via lui era una di quelle persone che non avrei salutato.
 Peccato perché era rozzo, elementare, stupido, insufficientemente scolarizzato e con una cultura che lo accompagnava appena fuori dalle pareti del proprio retto. Un animaletto perfetto per scassarsi di sesso a tutte le ore, ma l’offesa  a Mery ormai era stata fatta.

Ma il libro vuole il suo libro e io voglio scriverlo.




Postato da: analkoliker alle ore 14:38 | link | commenti (pop-up)
giovedì, 08 ottobre 2009
Tornare in Autunno





Questa è una di quelle storie che conservo nella memoria da anni e di cui non ero riuscito a scrivere per il dolore che mi provocano vite di questa intensità.
Sono venuto a conoscenza di Gidio, il primo anno di viaggio in bicicletta, quando approdai in Val Pellice,ospite della Baita di un amico torinese che mi accolse per alcuni giorni. Mi raccontò che prima che comprasse la casa in pietra questa era abitata dal Sig Gidio. Lui  ci era nato in montagna,  in un tempo in cui la montagna appariva più ostica del confino, ma non per chi come Gidio ci era nato, cresciuto e invecchiato.
Credo fosse una sorta guardiano dei boschi e dei castagneti, un montanaro a cui chiunque decidesse di andare a vivere in quei luoghi si affidasse per essere indirizzato, consigliato o per ascoltare le storie di queste valli di cui lui era uno dei pochi raccontatori sopravvissuti.
E credo che in virtù di questa memoria che dopo la vendita della baita in cui viveva da anni gli fu concesso il diritto di dormire in  legnaia a pochi metri dalla casa.
All’ingresso della legnaia  mise un telo di plastica spesso di quelli che in edilizia si posano sui tetti in rifacimento dopo aver tolto tegole e travi marce e che in caso di pioggia non fanno infiltrare la pioggia ai piani bassi.
Quando mi raccontarono del passaggio dalla casa alla legnaia pensai che il vecchio era arivato alla fine. Per un uomo che aveva vissuto la montagna trovarsi a chiudere il proprio giaciglio con un telo di plastica  doveveva essere  molto simile ad uno sfrattato che finisce   per portarti in strada o in dormitorio.
Qualche anno prima alcuni dolori al petto lo portano in ospedale per una visita a cui dopo poco tempo seguì l'impianto di un peismecher per regolare il battito del un cuore un po troppo ballerino e capriccioso, una soluzione tecnologica che gli avrebbe permesso una vita un poco più lenta ma certa.
Una vita che però non aveva previsto uno Sfratto rispettosamente esecutivo  che lo porterà poi in una legnaia con la porta di plastica. Il cuore scapriccia sempre  e Gidio torna in ospedale e subito dopo in un'Ospizio per uomini e donne improduttivi,vecchi di quella longevità che la buona economia accoglie con rispetto, se non altro perchè alla fine ogni buon lavoratore o imprenditore deve il proprio posto di lavoro e la vita che vivono, nell'antico seme e all'utero di questi vecchi  abbandonati.
Arriva l'autunno e Gidio deve aver pensato che un inverno in quel luogo non avrebbe voluto passarcelo, avrà pensato che quell'anno per la prima volta in tanti anni non avrebbe raccolto le castagne e pulito il bosco e che forse non sarebbe più potuto  tornare a casa.
Con il cuore alimentato da piccole batterie esterne in un luogo senza alberi e il soffitto di cartongesso Gidio si sentiva già morto.
Dalla finestra del salone in cui regnano sedie a rotelle con corpi dimenticati Gidio gurda la sua montagna, ci vorranno due ore di cammino per raggiungerla ed una mattina di bel solo prende la sua sacca ed esce dall'ospizio per una passeggiata.
Di ore per raggiungere la montagna ce ne son volute tre emmezzo, ma alla fine eccolo tornato a casa.
Il Signore delle nature gli ha fatto trovare un tappeto di foglie dorate e lampi di sole che filtrano fra le chiome dei castagni, pioggia di luce e colori per un lieto ritorno.
Ritroveranno il Signor Gidio otto giorni dopo disteso in una buca coperto di foglie di castagno con il piccolo alimentatore esterno del Peismecher disattivato manualmente. 

Postato da: analkoliker alle ore 09:44 | link | commenti (2) (pop-up)
venerdì, 25 settembre 2009
Seconda Edizione
In queste settimane ho ripreso il libro in mano per la seconda edizione in cui saranno inseriti quei racconti per i quali non avevo avuto il benestare da parte dei protagonisti e che dopo la prima edizione fortunatamente mi è stato concesso pubblicare.
Ho rimesso mano anche a quelli pubblicati laddove ho ritenuto opportuno dilatare ed arricchire.
Per coloro che hanno gia letto il libro ho evidenziato in questo post le integrazioni in rosso.

Il libro attualmente è esaurito, conto di ripubblicarlo entro dicembre


http://lh5.ggpht.com/_FkTYIqG_BB4/Sj4ucJ2i3EI/AAAAAAAAAYw/zCW7QZf31Bw/Libro-penna-righello-fogli.jpg


Vaffanculo col cuore



Ho una gran voglia di mandare tutti a fare in culo, assistenti sociali, psicologa e gli educatori del centro diurno: la loro arte terapia da circolo parrocchiale con annessi complimenti per ogni porcata si faccia con i colori, le interpretazioni sull'uso del colore speso, sugli spazi lasciati vuoti, ma la cosa più triste sono io che alimento questo giochetto dell'utente talentuoso che dipinge cadaveri e muri, consapevole di nutrire il loro narcisismo  di educatori affamati di successi.
Mi sento una puttana.
Alcolista psichiatrico lo accetto perché mi appartiene fino in fondo, ma puttana impotente non riesco ad accettarlo. Cazzo, pensavo di valere un po' di più, non mi vedo a scodinzolare davanti all'assistente sociale oltre quello che ho già fatto. Sono qui a fare l'utente modello, dal pensiero raffinato, adeguato, oltremodo consapevole e pronto a disciplinarsi per un trionfale reinserimento nel mondo della normalità.
Mi sto condannando da solo e con dentro la sensazione di poter ancora fare molto per la mia vita.
Ma dove sono finiti i miei sogni, la mia voglia di giustizia, di contribuire alla costruzione di un mondo meno peggiore di come l'ho trovato? La passione per la  chitarra, lo sport e tanto altro ancora.
C'è poi quell'antico progetto che misi in cantiere quando avevo sedici anni in cui mi ripromisi di arrivare a quarant'anni sollevato dalle mie angosce per diventare un bel uomo con al seguito una piccola truppa di donne innamorate. Ci ho creduto in quel progetto, ero convinto che sarebbe stato possibile liberarmi della bruttezza della mia vita, ero fiducioso che sarebbe dovuto passare del tempo e ora alla soglia dei quaranta non ho intenzione di fare l'animale addomesticato dei servizi sociali. Guardo questi professionisti del benessere altrui e spesso nelle  loro facce non trovo felicità o soddisfazione per il lavoro che hanno scelto, mi pare che questi facciano persino fatica ad assistere se stessi figuriamoci un un cicloturista bipolare con una storia complessa come la mia. Ed è da questa considerazione che credo di dover ripartire.
Da alcune settimane l'assistente sociale e la psigologa sembrano aver messo a punto una nuova modalità di colloqui: mentre parlo di me, delle mie esigenze delle paure per il futuro che ancora non si intravede, piegate sulla tastiera del compiuter cercano affannosamente di fermare in digitale i passaggi salienti dei miei racconti. Occhi puntati sul monitor e forse anche la sensazione di appartenere alla modernità, di essere entrate in possesso di un metodo rivoluzionario e moderno.
Mi sembra quasi di vederle scodinzolare mentre schiacciano le mie faticose parole. La psicologa ha poco più di tentanni, un buon ritmo sulla tastiera, non perde un colpo, gli occhi  fissi sullo schermo. Mi sento di troppo, vorrei uscire e lasciarli soli ma mi allieta la sapinte scollatura del Taierino da manager e mentre lei flerta col Pc io mi concedo una lunga escursione nella camicietta.
Chissa quanto guadagna? Ha un contratto a tempo indeterminato? A cosa pensa quando le parlo. Forse la poverina è assunta con un contratto a tempo determinato oppure uno a progetto.
Se così fosse, io in questo monento rappresento il suo progetto, ed  ho la netta sensazione che questo non la entusiasmi affatto.
Certo che sono messo bene.


Non è ancora tempo di delegare le mie sorti alle generosissime scollature della psicologa. Direi che dopo il terzo litro di sperma versati su quella pelle dotta e levigata siano sufficienti e che sia arrivato il momento di smontare le tende.

Postato da: analkoliker alle ore 13:01 | link | commenti (4) (pop-up)
lunedì, 21 settembre 2009
Il mondo che non esiste
http://newtime.wordpress.com/files/2008/10/picresized_1225170096_x_castagne_copia.jpg

La montagna sorprende per la sua eternità. Eterna e sconosciuta.
Anni di vagabondaggio per poi approdare a novecento metri di altezza a spolverare boschi di castagno.
Ottobre si avvicina e i primi ricci di castagno cascano con lentezza, poi prima che arrivi la neve resteranno solo quindici giorni per raccogliere le castagne.
Qui fra le montagne Valsusine un uomo di trentacinque anni da anni ha fatto un patto con la terra: coltiva biologico e in un’ ostinato quotidiano ristabilisce un rapporto con la montagna, una relazione interrotta cinquant’anni fa da suoi nonni.
In questi giorni siamo scesi nei boschi a fare legna per l’inverno e pulire il sottobosco che poi gli consentirà una raccolta delle castagne agevole e veloce. Si parte con un taglio dell’erba con il decespugliatore, il taglio degli alberi caduti per il vento: sezionati ed accatastati contro i muri a secco che hanno trasformato la montagno in centinaia di terrazze in cui i nonni coltivavano patata e filari vigna. La vigna resta solo un ricordo custodito nei racconti dei vecchi del paese, mentre i castagni secolari continuano a scodella piccoli pargoli avvolti da ricci verdi che daranno vita a farina di castagne e caldarroste dal prezzo proibitivo presso i caldarrostai disseminati sulle strade di tutte le città.
Tagliata l’erba, si fanno rotolare i tronchi verso valle, liberato il campo dai tronchi l’erba viene rastrellata in grandi cumuli e bruciata. Un’erba densa di terra e ricci lasciati sul terreno dalle raccolte dell’anno precedente che dopo alcune ore di lavoro fanno gridare le braccia dalla fatica.Si va avanti, il bosco va pulito.
Ed è a questo punto che mi rendo conto di cosa voglia dire vivere in montagna, quando per la tua sopravvivenza ti trovi a stabilire un rapporto con la terra ed il bosco, un rapporto che diviene relazione vera e propria.
“ Signor bosco posso entrare? Io se non le spiace darei una pulita al sottobosco di modo che i suoi castagni possano prendere aria alle radici e crescere. Raccoglierei le castagne e la legna abbattuta dal vento e dalla vecchiezza”.
Il ragazzo di trentacinque anni mi ricompensa con mezzo quintale di legna per ogni ora di lavoro ed io non devo cercarmi un lavoro per comprare la legna.
Raccontata in questo modo sembra una sorta di favola per montanari eppure la montagna e le buone relazioni regalano tempo per se e tempo per gli altri.
La mia storia resta  immobile e paziente come un’avvoltoio ed io trovo pace fra ricci e tronchi di castagno secolare.
Sognato con Manu
Postato da: analkoliker alle ore 20:24 | link | commenti (3) (pop-up)
martedì, 01 settembre 2009
L'INQUILINO
http://www.artprojects.nl/topor/topor4.jpg


Non devo più scendere in città. Mii uccide.
L'alcool delle ultime settimane per il quale sono ancora ubriaco mentre prendo il primo caffè della giornata non appena metto piede in Babilion mi cala in uno stato ansioso carico di paura. Panico, credo si tratti di questo.
E poi lui, proprio sotto la cintura che pare non subire i massicci attacchi alcolici degli ultimi giorni.
Caffè latte e zucchero per una colazione sempre troppo dolce.Devo comprarmi un cucchiaino, in questa casa c'era praticamente tutto e non comprendo perchè si siano portati via solo le posate.
Una caffettiera da tre tazze per due porzioni di caffè in uno dei tanti bicchieri lasciati nella dispensa: bicchieri per l'acqua, il vino, gli amari, la birra e ben sei scodelle per la colazione.
Al secondo bicchiere di caffè ecco cominciare il tormento. A dodici anni era quasi una gioia masturbarsi a tutte le ore, tre quattro cinque volte al giorno per circa dieci anni.Poi solo due tre volte al giorno, ovunque, a casa mia o degli amici, in bottega e in qualsiasi spazio pur di soddisfare le erezioni di  quello che con gli anni si è rivelato uno scomodo inquilino.
A lui non importa, mi guarda con il suo unico occhio quasi ad implorare: " Aiutami, ti prego".
Non potrò fare nulla fintanto che non verserà le sue lacrime bianche gelatinose e dunque obbedisco.
Sono sceso in bicicletta per ritirare la pensione, la pressione della sella sulla vescica sembra averlo quietato ma i suoi desideri mi salgono sino ai polsi.Ora son miei.
Non posso fermarmi un attimo, sono talmente agitato, eccitato, che qualsiasi sguardo o visione trasformerebbero il mio corpo in una gatta in calore. Uomo o donna di qualsiasi età e forma non mi dissuaderanno, come al solito mi affido ai pedali della bicicletta fissando il battistrada della ruota anteriore e cercare di non "Guardare", a meno che non abbia la certazza di avere di fronte a me un aminale affine.
Mi siedo su una panchia nei pressi della stazione, mi sale l'ansia per il timore che il desiderio straspaia vivo e impetuoso.Spiegare che non mi appartiene sarebbe impossibile, l'unica cosa che posso fare è quella di inchiodare la vescica alla sella per controllare come posso l'inquilino scomodo.
"Bastardo lasciami in pace, voglio solo fare la spesa e tornare a casa".
Al negozio di informatica mi accoglie una signora di sessantanni circa, un  garbato sorriso, vestita come una donna d'altri tempi e i modi dei negozianti di una volta tesi a soddisfare tutte le richieste dei loro clienti.
Io cerco solo un lettore DVD, l'inquilino tutto il resto.
"Lasciami in pace Bastardo".
Comincio a tremare e per il momento appaio solo come un ragazzo estremamente timido e goffo, mi fermerei volentieri a parlare con la signora di qualsiasi cosa. Vorrei raccontarle del libro e delle tante soddisfazioni che mi regala continuamente, ma il Bastardo preme ed io esco
velocemente col mio DVD   dal negozzio per tentare di addomesticarlo con il dorso della sella.
Per quanto piccola sia questa città, c'è comunque troppa gente e l'unica cosa che posso fare è inboccare l'argine del fiume.
"Basta adesso basta". Mi sembra di impazzire.
Incrocio due ragzze dal passo lento e  in fila indiana, sembrano uscite da una comunità psichiatrica per la passeggiata mattutina, rallento e mi volto per vederle svanire dietro l'isolato. Ho atteso sino alla fine un cenno nella speranza di incrociare un animale affine. Troppo imbottite di farmaci.
Ansia, ansia, la speranza prolungata si strasforma in dolore e paura che per lunghi attimi non riesco a contenere. La febbre di questi giorni sembra minare tutti i puntelli che mi sono piazzato indosso in questi anni per sfuggire alla pazzia.
Se bevo adesso anche un sorso di birra finisco in lacrime in psichiatria.
Eppure mi sono masturbato prima di uscire di casa.
"Cosa vuoi da me? Lasciami in pace, voglio solo tornare a casa e far partire il DVD e poi faremo a modo tuo".
Sognato da Stefano

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lunedì, 31 agosto 2009
Un contadino da 800 Mgh
Io ci voglio essere



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La nuova vita di adesso, fatta di casa, muri ed un arredamento dignitoso si arricchisce di un nuovo elemento: un lavoro occasionale fatto di un orario minimo  da rispettare, quello in cui Gigi mi chiederà di rispettare nelle rare e preziose collaborazioni presso i suoi orti.
Gigi ha trentacinque anni e da cinque ha intrapreso l'attività di agricoltore biologico. Non è figlio d'arte, è partito con una caparbietà di cui mi sfuggono le ragioni profonde ma dal quale riesce a trarre reddito e soddisfazione e quel senso minimo che giustifichi il fatto di stare al mondo.
Quando gli parlo della mia esigenza di entrare in possesso di un PC per poter continuare a scrivere mi offre due compiuters che tiene in magazzino accanto al decespugliatore e al bidone della benzina.
L'accordo è che in cambio io gli offra venti ore di lavoro nei campi che coltiva, mentre per il lavoro  da giardiniere presso i clienti privati ricenerò dieci euro l'ora.
Il primo ingaggio è per l'annaffiatura di un campo di zucche, una sorta di campo di calcio in discesa e noi siamo in due. Mi chiedo come diamine riusciremo ad innaffiare un campo così vasto e allo stesso tempo mi sale il pentimento per quelle venti ore di lavoro per due carcasse che un tempo qualcuno chiamava compiuter. Mi torna l'amore per la vecchia carta e penna, ma Gigi coglie il mio sconforto e mi rassicura dicendomi che sarà divertente cimentarsi con l'ingegneria idraulica realizzati a suon di colpi di zappa.
Qui la tezza è bastarda e poco disposta ad essere disciplinata, sassosa , sabbiosa quasi rabbiosa,arida se dimentichi di coccolarla per breve tempo. Infilare la zappa in una terra dimenticata è quasi impossibile, qui le zappe sono fatte a punta per poter scivolare sui sassi e infilarsi nella terra.
E poi arriva il gioco con l'acqua, le file di zucche sono disposte lungo la discesa seminate in canali realizzati a mano con la zappa in cui far arrivare l'aqcua dalla parte più alta del campo. E' un gioco di canali, l'acqua arriva dalla montagna, basta canalizzarla con un poco di sapienza e dopo arriva dove vuole il contadino e quando arriva impentuosa nel campo, basta regolare il sistema di piccole dighe realizzate nell'ultimo secolo facendo attenzione a non farti travolgere la seminana, ma Gigi pone una pietra piatta allo sbocco del piccolo torrente e l'acqua si fa docile. A questo punto bisogna solo attendere che lentamente riempia i canali realizzati con la zappa e attendere, Gigi per innaffiare porta con sè un libro o una rivista e ad ogni capitolo entra nel campo per assicurarsi che gli argini abbiano tenuto, perchè se dovessero cedere, l'acqua non arriverebbe a valle ad innaffiare le zucche più lontane dalla fonte.
Io non ho portato un libro, non amo leggere ed allora penso ai miei compiuter, compenso di questa lunga lenta innafiatura.
Sono venuto qui per scrivere, solo scrivere, ripulirmi, ritrovarmi e con tutta probabilità perdermi per l'ennesima volta.
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sabato, 08 agosto 2009
La Signora delle capre
Eccomi finalmente davanti al Pc, con la mia pagina di Word a cercare le parole per raccontare questa nuova  dimensione. Quella della mia casa.
La radio vibra parole e musica, la birra grida la sua liberazione dal frigo. Vado.
Eccomi con la mia birra, nella mia casa, davanti al mio computer. Sono miei le parole, quelle non mi hanno mai abbandonato.




fiori fuori casa
( Veduta dalla finestra della cucina)




La proprietaria della casa è nata al piano di sopra ottantuno anni fa, quando l’ho incontrata tornava dal pascolo con le capre come faceva da bambina.
La montagna è dura da camminare e lei si aggrappa alla pelle del dorso della capra per farsi tirar su per la salita. Ha un grembiule celeste a fiori, abbigliamento tipico di chi vive in montagna da anni. Forse per non sporcare i vestiti durante i lavori sporchi che la montagna vuole dai suoi abitanti più ostinato.
Poco più di quaranta chili in un corpo minuto e sodo, due occhi scuri presenti, aperti, lucidi, di un’intensità che invogliano al  rispetto.
“ Porto le capre a casa e vado a  prendere le chiavi così le faccio vedere la casa. I signori che stavano qui prima erano due signori anziani. Venivano dalla Francia. Il marito si è ammalato, sono dovuti tornare al loro paese. La signora quando è andata via piangeva tanto, le piaceva questa casa. La casa prende il sole tutto il giorno, dentro è asciutta. Vedrà. Mi aspetti alla fontana vicino alla chiesa abbandonata, mi dia il tempo di chiudere le capre”
Quando arrivo alla fontana della chiesa abbandonata lei è già li. Come ha fatto? Non è bello arrivare ad un primo appuntamento in ritardo, ma lei mi sorride e mi indica la strada col bastone. Si vede che ha spesso a che fare con le capre perché agita il bastone come se battesse l’aria per indicarmi  la stradina da imboccare.
Infila la chiave nella toppa e in quel momento sento che è fatta, avrò la mia casa, non importa se sarà tutta da imbiancare e se non ci sono mobili e letti, non importa neppure se manca la luce e l’acqua. Mi bastano una porta un tetto e una finestra. Dopo tutti questi anni vorrei solo un posto da cui ripartire e tentare l’avventura della casa. Quella cosa in cui perdersi, ritrovarsi, annoiarsi, in cui passare giorni e giorni davanti alla televisione, oppure trovare lo spunto per cose nuove. Dove portare il mio amore, amarla, litigarci, scazzarci, ritrovarci. Portare qualche amico e scrivere.
Non è più tempo di viaggiare senza meta, ostinatamente a cercare un senso di un vagabondaggio che ha il solo difetto di non essere casa.
La signora delle capre apre la porta, sposta la tenda, accende la luce e quando entro mi rendo conto di essere in una casa viva. Il frigo sulla sinistra subito dopo l’ingresso, il lavandino con le spugne. Sulla parete di sinistra la cucina con il forno, un armadio a mure e il caminetto. Un tavolo con cinque sedie, un vaso di fiori secchi con un centrino fatto a mano. Apro l’armadio a mure e dentro ordinatamente riposti trovo, piatti bicchieri, tazzine da caffè, pentole padelle e una vecchissima pentola a pressione degli anni sessanta con al centro un enorme pomello a vite per mettere in pressione la pentola. E poi un trita basilico a manovella, un passino per i pomodori pelati e lo schiaccia patate. Un bagno con la doccia, soffitti e travi in legno anneriti da fumo del camino.
Non trovo un filo di polvere in tutta la casa.
La signora è serena, come se sapesse già che questa diventerà la mia casa. Sembra lei stessa volermela dare.
Non vuole neppure un mese di cauzione, solo il mese corrente. Mi chiede se voglio il contratto perché a lei non interessa. Secondo lei sono una brava persona. Avevo bisogno che qualcuno me lo dicesse e adesso ne sono convinto.
Metto i soldi sul tavolo, li contiamo insieme e dopo averli presi mi racconta un poco della sua vita. Fatico a seguirla anche se non vorrei perdermi una sola parola dei suoi racconti, ma sono appena entrato in casa mia e vorrei solamente restare da solo.
Lei sembra cogliere qualcosa e si congeda come se fosse ospite di questa casa. Eccomi finalmente in una casa dopo tanti anni.

Postato da: analkoliker alle ore 19:54 | link | commenti (9) (pop-up)
sabato, 18 luglio 2009
ADESSA
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Il giorno in cui ci siamo “scivolati” sul divano della cucina, prima di baciarti mi son chiesto se era giusto farlo. Sapevo che prima o poi sarei ripartito, come ogni anno da cinque anni a questa parte.
Mi trattenevo da settimane dal farlo, cambiavo stanza o mi rifugiavo in bagno ad ammazzare le mie povere diottrie per poi tornare sereno a tenerti compagnia mentre facevi le terapeutiche faccende domestiche.
Poi mentre impastavi il pane dandomi la schiena i pantaloni ti scendono fino a scoprirti le natiche, ti ho soccorso un paio di volte per risollevarteli, poi mi son fermato a riflettere e mi son detto “ E chi soccorre me ?”
Non ho atteso neppure un attimo a cercare la risposta ed ho voluto quel bacio che sognavo da giorni.
Ero sereno, con lo slancio di chi in cuor suo sa che ripartirà.
Poi mi sono tornate in mente le parole di Cecilia “ Non promettere neppure con il tuo atteggiamento quello che non poi mantenere”. Smisi di cercarla, non la bacia mai, avevo ventiquattro anni.
Si sposò un anno dopo.
Se Cecilia aveva ragione, avevo appena fatto una promessa che non ero in grado di mantenere. Eppure ad aggiustare le cose è stato proprio quel bacio, sereno, gioioso, dal fiato corto. Bello, pieno di promesse per “adesso” e non per l'eternità.
Le nostre giornate vivevano una alla volta, ed io quando ci siamo conosciuti ero un uomo da un giorno alla volta. Questo credo che contribuì ad uscire dalla questione della promessa che non si sarebbe mai mantenuta e ci fece vivere con serenità le nostre giornate.
Un giorno ti ho chiesto “ Da quanto tempo siamo fidanzati” Hai ringhiato ed io da bravo scrittore figlio di puttana ho riformulato subito la domanda” Da quanto tempo è che ci stropicciamo sotto le lenzuola” E tu “ Così mi piace i più”.
Agli amici parlavo di te come “ La compagna di adesso, la mia Adessa”. Forse è solo uno stratagemma filosofico da intellettuale segaiolo, che da una parte mi fa sorridere a dall'altra  mi convince
Nessuna gabbia, nessuna forzatura. Una promessa alla volta, una per ogni giorno. Leggeri.
Ne avrei voluti altri di quei giorni.
Ora son qui in montagna, nelle valli  di Susa in un paesino abitato da una manciata di anziani.
E'appena passata Rita, sessantanni, per invitarmi a cena a casa sua con una sua amica.
In trè dovremo fare circa centoquarant'anni e il pensiero torna ai nostri giorni.
Un abbracco
con l'amore di sempre
Stefano



Postato da: analkoliker alle ore 15:57 | link | commenti (8) (pop-up)
domenica, 12 luglio 2009
Intervista
Ho ripescato per caso questa intervista fatta ad una radio fiorentina .
La pubblico con piacere se non altro perchè non vada persa




http://babbibabbi.files.wordpress.com/2009/03/radio_telefunken_anni50.jpg



Clicca sulla radio.
L'intervista è in Podcast



Postato da: analkoliker alle ore 09:08 | link | commenti (2) (pop-up)
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anderlet.sk@gmail.com